martedì 16 giugno 2009 10:06 < Indietro

Dichiarazione nell'ambito dell'esame degli articoli del Ddl di conversione del DL n. 39 del 2009: Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici in Abruzzo...(A.C. 2468)

COMPAGNON: Signor Presidente, sottosegretario Menia, cari colleghi, senza retorica e senza polemica cercherò di ragionare sul passaggio parlamentare più impegnativo del dopo terremoto in Abruzzo, vale a dire sul momento della ricostruzione, reso ancora più delicato dal diffuso senso di smarrimento tra le persone accolte nelle tendopoli e dal rischio che con il trascorrere delle settimane i riflettori possano spegnersi, per riaccendersi occasionalmente solo in concomitanza di qualche visita istituzionale o del prossimo vertice internazionale dell'Aquila. La prima considerazione che mi sento di fare è che per il processo di ricostruzione dei 49 centri abitati del cosiddetto cratere e dello stesso capoluogo abruzzese occorreranno anni, e ciò al di là delle buone cose fatte con professionalità e abnegazione dalla Protezione civile e anche dal Governo. Per ciò che riguarda la predisposizione e la consegna dei moduli abitativi prefabbricati, se per un verso ascoltiamo il Commissario Bertolaso affermare che spera di consegnarli alla metà di settembre, peraltro si osserva che i tecnici per il momento hanno soltanto individuato le aree dove edificarli. La situazione al momento è la seguente: nella provincia dell'Aquila sono circa 60 mila le persone assistite dalla Protezione civile, di cui 26 mila nelle tendopoli e poco più di 32 mila ospitate in strutture alberghiere, sulla costa oppure in case private. Gli appartamenti prefabbricati che la Protezione civile intende costruire a tempo di record potranno accogliere soltanto 12 mila persone. La radiologia sul patrimonio edilizio privato e pubblico rende l'idea della catastrofe: dai sopralluoghi effettuati nella provincia dell'Aquila risulta agibile soltanto il 53 per cento degli edifici; il 13,6 per cento degli stessi ispezionati risulta temporaneamente inagibile in tutto o in parte; il 24 per cento inagibile e quasi il 5 per cento da demolire. Anche il patrimonio artistico è stato profondamente colpito: la metà degli edifici è crollata o inagibile e tra questi vi sono 300 chiese su 650. Preciso che le cifre e le percentuali menzionate riguardano solo i 49 comuni del cratere ufficialmente censiti, lasciando esclusi quelli cosiddetti fuori perimetrazione, che non avranno diritto alle provvidenze e alle agevolazioni statali.
Appare molto critica anche la situazione degli edifici pubblici: è agibile infatti solo il 52 per cento delle scuole e il 43 per cento delle strutture sanitarie, senza dire che l'ospedale dell'Aquila, inaugurato due anni fa, è completamente evacuato e pieno di tendopoli all'esterno. Insomma i tempi per il ritorno ad una qualche forma di normalità andranno commisurati con la vastità e l'ingenza dei danni che ho appena riassunto e l'esperienza vissuta come cittadino e amministratore durante e dopo il terremoto del Friuli mi porta ad essere molto pragmatico. Nel caso del Friuli i senzatetto furono molti di più: 100 mila; 18 mila case andate completamente distrutte e 70 mila quelle danneggiate. I comuni interessati 137, sicuramente danni molto maggiori rispetto a quelli del terremoto del 6 aprile. In ogni caso la ricostruzione è stata completata nell'arco di ben 15 anni circa. Bisogna, quindi, avere il coraggio di dire parole di verità sulla ricostruzione in Abruzzo, sia per quanto riguarda la tempistica sia per quanto riguarda le reali risorse che servono e che qui sono state messe su un piatto. Sappiamo bene che il terremoto è anche una partita politica, con chi si vanta delle cose fatte bene e chi accusa ritardi ed errori. Nell'interesse delle comunità colpite, l'Unione di Centro ha scelto di restare fuori dalle polemiche, pur sollecitando Governo e maggioranza ad essere più realistici, poiché in caso contrario le migliaia di persone ospitate nelle tendopoli avranno la percezione di essere state illuse o, peggio ancora, prese in giro.
Entrando nel merito del provvedimento, in tutta onestà, ritengo che non si possa affrontare seriamente un processo di ricostruzione solo in termini di risarcimento degli immobili adibiti ad abitazione principale. Se l'articolo 3, comma 1, non dovesse essere corretto nel senso di ampliare la platea, si rischierà di compromettere gran parte della complessa opera di ricostruzione. Lo stesso discorso in misura amplificata vale per L'Aquila, che rischia di avere un centro storico groviera con case ristrutturate affianco a case abbandonate e con le deleterie conseguenze che possiamo immaginare.
In questo caso abbiamo gli esempi anche del Friuli, dove la prima e seconda casa sono state tutte recuperate, magari con percentuali diverse sui contributi che venivano dati. Il risarcimento significa ricostruzione del patrimonio abitativo e non soggettivo: vogliamo salvaguardare veramente storia e cultura e tradizioni di quella regione, come gran pare peraltro del nostro Paese. Non è tutto: le misure contenute negli articoli 3, 4, 8 e 10 del decreto-legge in esame sull'Abruzzo non possono esaurire la politica di ricostruzione del Governo, dato l'impatto che l'evento sismico ha avuto sul territorio. Sarà necessario avviare un vero e proprio piano strategico, che ridisegni l'insieme del sistema economico, produttivo e commerciale della provincia aquilana e non solo. Non vi è riparazione di edificio privato che contribuisca ad avere un ritorno alla normalità se poi la fabbrica, il negozio, il laboratorio artigianale, lo studio professionale rimangono macerie o se gli allevatori o gli agricoltori arrivano a considerare antieconomico continuare ad accudire i propri animali oppure occuparsi dei campi coltivati. In gioco vi è il rischio della desertificazione di un intero territorio, che doveva fare i conti già prima con i ritardi strutturali, il suo spopolamento, la tentazione della sua comunità di emigrare verso altre province e regioni. I danni e le devastazioni che un evento sismico di queste proporzioni provocano all'integrità della vita, ai beni, agli insediamenti e all'ambiente sono tali e tanti che il Governo dovrebbe sentirsi impegnato soprattutto in termini economici a mettere in atto una politica di ricostruzione e di ampio respiro, dove l'operatività degli interventi non sia rimessa alle sole ordinanze del commissario delegato, ma rappresenti il risultato di una stretta collaborazione con la regione e soprattutto con la provincia ed i comuni interessati.
Nel corso dell'istruttoria legislativa del provvedimento al nostro esame, nonostante i miglioramenti apportati dal Senato, sul punto è riemersa da più parti la richiesta di bilanciare ulteriormente il testo, nei passaggi in cui sembra assegnare poteri illimitati alla protezione civile (e su questo punto tornerò alla fine). Condividiamo tale richiesta.
Noi riteniamo tra l'altro che le regioni, proprio in occasione delle calamità naturali, debbano partecipare direttamente, stante la propria disponibilità, alla realizzazione e alla consegna di un congruo numero di moduli abitativi prefabbricati di assoluta qualità, rispondenti ai più moderni standard di sicurezza, immediatamente fruibili e riutilizzabili eventualmente in prospettiva. Ciò rafforzerebbe quell'asse tra centralità e comunità intermedie, indispensabile a dare vera applicazione ai valori di solidarietà nazionale e sussidiarietà proclamati nella Costituzione. Proprio la straordinaria collaborazione tra le istituzioni centrali e le amministrazioni locali rappresentò la spina dorsale che sostenne l'opera di ricostruzione in Friuli, tanto che per ciò ottenne il coordinamento dei soccorsi, e si distinse soprattutto per un'attenta ed efficace gestione dei fondi statali.
Con estrema chiarezza, anticipo sin d'ora che il mio gruppo non ritarderà il cammino parlamentare del decreto-legge n. 39 del 2009 e ciò per rispetto delle vittime, delle loro famiglie e dell'intera comunità abruzzese. L'unico modo per onorare queste persone è dimostrare responsabilità istituzionale e lavorare per una ricostruzione certa e veloce, indicando i precedenti virtuosi ai quali ispirarsi per fare presto e bene e ripudiando al contrario quelli esecrabili come esperienze che noi conosciamo.
Non è quindi per campanilismo, ma solo per portare un contributo costruttivo al dibattito odierno, che torno a sostenere l'importanza di ispirarsi al modello seguito in Friuli, unanimemente giudicato dalle forze politiche italiane e non solo esemplare per efficienza e serietà. A partire dal 6 maggio del 1976, l'emergenza determinata da quell'evento sismico originò un approfondito dibattito istituzionale, che sfociò nel coinvolgimento dei sindaci e quindi nella delega agli stessi quali funzionari delegati per tutti gli adempimenti della ricostruzione.
Dentro e fuori il Parlamento siamo tutti consapevoli che non sono tanto i terremoti in quanto tali a provocare morte e distruzione, ma gli edifici che ci crollano in testa. Uso un paradosso perché vorrei portare il mio intervento sul tema centrale, ovvero la riduzione del rischio sismico, al quale l'articolo 1-bis introdotto al Senato - che anticipa al 30 giugno 2009 l'entrata in vigore della normativa antisismica sulle costruzioni - e l'articolo 11 hanno meritoriamente dedicato il giusto spessore. Vi è, tuttavia, un rischio di sazietà verso un argomento tanto centrale, quanto usurato da discorsi spesso ripetitivi e da impegni politici quasi solo e sempre verbali. I terremoti, purtroppo, fanno parte della storia del nostro Paese. Non sono emergenze, sono violenze naturali antiche, che si affiancano alle violenze sociali, alle mafie, alla vecchia e nuova criminalità, alla corruzione, e a quant'altro. È tempo che l'Italia si doti di quell'etica antisismica fisiologicamente diffusa in Giappone e in California, mettendo in campo una squadra di legislatori antisismici - mi si passi questo termine - attenti ai catasti, agli uffici tecnici, ai cantieri, al lavoro degli assessorati all'urbanistica e a quello della sovrintendenza. Infatti, non è accettabile che esistano ancora regioni, peraltro altamente a rischio, dove le questure, le prefetture, i tribunali e anche gli ospedali e le residenze universitarie siano ospitati in edifici costruiti, magari, con la sabbia di mare, piuttosto che con il cemento armato.
Le norme antisismiche sono, al tempo stesso, prudenza e coraggio di vivere; sono la stabilità di un Paese instabile, la fermezza di una penisola ballerina. Sono come le strisce pedonali o la segnaletica stradale, che non evitano gli incidenti ma, qualche volta, ne limitano le conseguenze. Oggi, le norme antisismiche rappresentano l'unico strumento in grado di salvarci dall'altissimo costo di morti, di mutilati, di sradicati e dalla dilapidazione di risorse pubbliche. Peraltro, in misura maggiore di ogni altro luogo al mondo, in Italia vi sono bellezze, la ricca presenza di città d'arte, musei, passaggi, un autentico patrimonio dell'umanità, che avrebbe dovuto convincerci, da tempo, a sviluppare quell'etica antisismica che, invece, ancora non vi è dappertutto.
Concludo, signor Presidente, augurandomi con sincerità che, così come il nostro Paese riesce a dare il meglio del proprio carattere nazionale nelle peggiori tragedie, riuscirà anche a mettere maggiore coerenza tra le buone intenzioni ed i comportamenti. Per questo, l'Unione di Centro, offrendo al dibattito odierno e futuro argomenti concreti, al di là di retorica e polemiche, è pronto. Abbiamo bisogno di far maturare un'etica antisismica nazionale ad ogni livello e ciò sarà possibile solo se lavoreremo tutti insieme, legislatori, giudici, sovrintendenti, costruttori, scienziati, cittadini, ognuno in base al suo ruolo e alle sue responsabilità. L'Unione di Centro ha ritirato oltre cento dei suoi emendamenti e spera che questo dibattito accolga le proposte emendative che abbiamo presentato e che si faccia tesoro degli esempi positivi del passato. Ci rendiamo conto che in questo provvedimento non tutto può essere esaustivo, ma si facciano delle previsioni e ci si impegni su provvedimenti successivi, tesi a dare miglioramento e risposte certe.
Questo Governo non si faccia prendere la mano, signor sottosegretario, dalle deleghe o dalle circolari. Se serve qualcosa di nuovo, e di migliore, per completare questo provvedimento, lo si faccia attraverso un provvedimento discusso all'interno di quest'Aula. Se il Governo dovesse scegliere la scorciatoia delle deleghe e delle circolari, a pagare saranno i cittadini abruzzesi sulla loro pelle e a rimetterci sarà anche l'immagine del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro - Congratulazioni).

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