mercoledì 17 dicembre 2008 13:12 < Indietro

Dichiarazione sugli esame degli articoli del Disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 171 del 2008: Rilancio competitivo del settore agroalimentare - (A.C. 1961)

COMPAGNON: Signor Presidente, onorevoli colleghi, come spesso ci è occorso di sottolineare esaminando i provvedimenti trasmessi dal Senato dobbiamo, ancora una volta, rimarcare l'esigenza di uniformare al più presto i criteri di ammissibilità degli emendamenti tra i due rami del Parlamento, attraverso una riforma dei Regolamenti parlamentari. Ci troviamo di fronte, infatti, un testo che ha visto quadruplicare il numero degli articoli passati da cinque a venti dopo il passaggio al Senato, nell'intento di accontentare ogni possibile richiesta avanzata dalle varie filiere e dai singoli interessi in gioco, anche se così facendo è naturale che, alla fine, qualcuno resti sempre un po' fuori dalla porta. Siamo ovviamente d'accordo sulla necessità di rilanciare il settore agroalimentare, soprattutto in un momento di particolare difficoltà congiunturale, meno d'accordo quando si vogliono far passare per innovative proroghe o modifiche di misure già esistenti. Vorrei ricordare a noi tutti che non stiamo parlando di un settore marginale, ma di un pilastro della nostra economia di cui ci si ricorda, però, solo nei ritagli di tempo. Lo dico perché già con la manovra finanziaria il settore agricolo è stato penalizzato dall'assenza di concrete misure di rilancio. Non solo: dobbiamo anzi evidenziare i tagli attuati dal Ministro Tremonti sul bilancio dell'agricoltura per finanziare provvedimenti come quello sull'abolizione dell'ICI (certamente un provvedimento spot), mentre le imprese agricole si dibattono tra mille difficoltà. Voglio dire che se si pensa di rilanciare il sistema agroalimentare con la riproposizione di vecchie misure, per di più con risorse limitate, non si andrà da nessuna parte. È come se l'agricoltura fosse scomparsa dall'agenda del Governo per poi ricomparire solo quando le proteste del mondo agricolo si fanno più forti. A conferma di questo nostro timore vi è la constatazione che anche nel piano anticrisi non vi sono misure che riguardino il settore agricolo, come se le difficoltà per l'accesso al credito che le imprese industriali e del terziario lamentano non riguardassero le imprese agricole che, invece, scontano già una consolidata difficoltà in tal senso acuita ancora di più in questo particolare momento di difficoltà del sistema bancario e creditizio. In sede di discussione sulle linee generali, il collega Ruvolo ha già sottolineato l'esigenza di maggiori risorse da destinare al piano irriguo, ma quella che stigmatizziamo è la perdurante mancanza di un piano irriguo nazionale. Serve un progetto strutturale che consenta di razionalizzare, economizzare ed ottimizzare l'utilizzo dell'acqua nel nostro Paese che continua, invece, a disperdersi tra gli invasi e gli acquedotti della nostra disastrata rete irrigua. Qualche collega, in sede di discussione sulle linee generali, ha parlato di intervento a pioggia, anche se sarebbe meglio parlare di pioggerella, visti i ridotti mezzi finanziari messi a disposizione. Ma il Governo non può certo immaginare di risolvere il problema del mondo agricolo operando una sorta di compensazione, soprattutto dopo quanto ha combinato - lo abbiamo visto tutti - con il decreto-legge n. 112 del 2008. Consideriamo, ad esempio, inaccettabile, anche se apprezzabile nelle intenzioni, che si voglia intervenire sul Fondo di solidarietà ripristinando solo un terzo delle risorse originarie di uno strumento, peraltro, che rappresenta l'unica forma di assicurazione vera per il risarcimento dei danni agli agricoltori. Venendo poi all'attualità, sarebbe forse stato il caso che il Governo avesse previsto in questo provvedimento interventi di sostegno alle imprese colpite dal maltempo che ha provocato milioni di euro di danni in agricoltura con campi allagati, semine perse, ortaggi distrutti, animali annegati e mezzi agricoli coperti dal fango. È successo dappertutto: dal nord al centro al sud, in Piemonte, nel Lazio, in Toscana, in Basilicata, nel Friuli e in Calabria. Il primo bilancio delle conseguenze del maltempo sull'agricoltura parla di oltre 250 mila ettari di terreno coltivati inondati dalle piogge torrenziali. Si pensi che sono 35 mila nella sola regione Lazio. Vi sono circa 100 mila aziende e strutture agricole danneggiate, più di 30 mila serre allagate e distrutte, 5 mila capi di bestiame morti o dispersi, danni che superano i 300 milioni di euro. Ma non tutto capita a caso: l'alternarsi di periodi di siccità e di pioggia intensa mette a rischio la sicurezza idrologica del Paese, anche a causa del fatto che al progressivo abbandono del territorio e all'urbanizzazione spesso incontrollata non è corrisposto l'adeguamento della rete di scolo delle acque. Come sottolineato da più parti, nell'ultimo quarto di secolo sono scomparsi quasi 6 milioni di ettari di suolo agricolo e, secondo le stime dell'Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni, se nell'arco di tempo 1990-2016 il ritmo di cementificazione del territorio rimanesse inalterato, si perderebbe una superficie agricola utilizzata pari al 17,5 per cento del territorio nazionale, vale a dire un'area grande come le due isole maggiori del nostro Paese, cioè la Sicilia e la Sardegna. Di fronte a questi dati, forse, il buonsenso vorrebbe che il Governo sfruttasse l'approvazione del disegno di legge in esame per dare un vero segnale alle imprese e ai coltivatori, i quali sono messi a dura prova da una serie di eventi concatenati, che sembrano accanirsi in modo particolare su questo comparto della nostra economia, che noi riteniamo un'economia fondamentale per superare la crisi economica e sociale che sta colpendo il nostro Paese. Signor Presidente, le nostre proposte emendative si incanalano in tale direzione. Nel corso della discussione vera si tratterà di capire (come ho affermato stamattina in dichiarazione di voto sul provvedimento precedente) se le nostre proposte, che sono sicuramente fatte nell'interesse generale e della categoria (in particolare di questa, ma in generale del nostro Paese), verranno accolte dal Governo o se saranno, come in passato, cestinate, senza che queste possano positivamente incidere anche nell'interesse di questa maggioranza, oltre che del Paese.

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