giovedì 04 dicembre 2008 14:12 < Indietro

Dichiarazione sull'esame degli articoli del Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 158 del 2008: Misure urgenti per contenere il disagio abitativo di particolari categorie sociali (A.C. 1813-A)

COMPAGNON: Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione sul complesso degli emendamenti al provvedimento in esame, costituisce anche l'occasione per fare un po' il punto sul problema casa in generale. Comincerei con il chiedere quante regioni, ad oggi, hanno una legge quadro sulla casa, nonostante la riforma del Titolo V della Costituzione abbia assegnato ad esse l'esclusiva competenza. Se ciò non bastasse, nonostante la sentenza n. 166/2008 della Corte costituzionale abbia, inoltre, sancito la piena competenza delle regioni anche in materia di emergenza abitativa legata agli sfratti, mi sembra che nella maggioranza dei casi le regioni si siano limitate a interventi parziali e settoriali che, di fatto, hanno lasciato invariato una situazione fatta di emergenza e di cattiva gestione. Per superare le tensioni abitative sarebbe forse opportuno mettere ordine nei settori classici dell'edilizia convenzionata, e sovvenzionata, e introdurre precise regole per il project financing o l'housing sociale, che nel resto dell'Europa concorrono sempre di più ad aumentare l'offerta di case. Un riordino che, dunque, preveda provvedimenti organici per fronteggiare l'emergenza abitativa e favorire il passaggio di casa a casa delle famiglie disagiate, con interventi di sostegno ai comuni e alle famiglie stesse; un potenziamento del Fondo sociale per l'affitto, per fronteggiare i costi insostenibili del mercato locativo; un piano casa regionale fondato su una sinergia pubblico-privato, capace di favorire un maggiore rapporto risorse per la realizzazione di alloggi da dare in affitto, o a canone convenzionato; fondi per la mutazione straordinaria del patrimonio pubblico, stante le condizioni di degrado al limite della vivibilità; la definizione di un quadro organico che assicuri i diritti e i doveri degli assegnatari, eliminando i fenomeni di speculazione dal patrimonio pubblico spesso contigui a fenomeni malavitosi che opprimono, in primo luogo, gli utenti stessi. Accanto ad una legge strutturale, è altresì opportuno procedere a una riforma degli ex IACP, che ormai sono in una condizione non più sostenibile e che continuano a mantenere una organizzazione vecchia e non al passo con i tempi. Bisogna, quindi, avviarsi verso una trasformazione di questi vecchi istituti in aziende per renderli produttivi e dinamici sul territorio e in grado di affrontare le esigenze che emergono in tema di politiche per la casa. Oggi, assistiamo invece, da più parti, al completo abbandono degli istituti, divenuti solo lo strumento per piazzare uomini nel sottogoverno o come opportunità per l'affidamento di incarichi e consulenze. Crediamo, invece, che sia opportuno salvaguardare il patrimonio di professionalità ed esperienze interne che sono state acquisite nel corso degli anni all'interno degli istituti stessi. Magari sarebbe necessario rimodulare e riassegnare nuovi e precisi obiettivi, cercando di utilizzare la gestione di tutto il patrimonio di edilizia residenziale pubblica, che non sempre migliora quando è affidata ai privati, come da più parti è stato dimostrato. Tornando all'housing sociale, ad esempio, le città di Roma e di Milano sono in fondo alla graduatoria europea per quel che riguarda la casa in affitto sociale. Questa è la conclusione del primo report sulle grandi città. La capitale, ad esempio, con un 4,3 per cento si colloca infatti al sedicesimo posto tra le venti città monitorate, mentre il capoluogo lombardo, con il 7,2 conquista appena il quattordicesimo posto. Ancora più fondo alla classifica vi sono poi Barcellona, Zurigo, Madrid, Atene e Lisbona, mentre nella classifica delle città virtuose si colloca a pieno diritto Amsterdam, dove quasi un appartamento su due è in affitto con contratti sociali. La media europea, per quanto riguarda la percentuale di housing sociale, si attesta sul 14,1 per cento. La performance negativa delle due città italiane è dovuta alla forte propensione degli italiani alla proprietà immobiliare. Il 62 per cento degli appartamenti a Milano e il 64 per cento a Roma sono abitati dai loro proprietari. Di fronte ad un piano casa che manca ancora dei decreti attuativi, attraverso forme innovative come l'housing sociale, si potrebbe ampliare, qualificandola, l'offerta degli alloggi in affitto, mettendo a disposizione delle unità abitative a favore di quelle persone che, escluse per ragioni di reddito dall'accesso all'edilizia residenziale pubblica, non sono tuttavia in grado di sostenere i costi del libero mercato. L'argomento è di grande attualità poiché nel nostro Paese la questione abitativa è tra i temi caldi dell'agenda politica. Il mercato delle costruzioni nell'ultimo decennio ha realizzato quasi esclusivamente alloggi destinati alla vendita, in un contesto in cui l'accesso ai mutui ha rappresentato un investimento vantaggioso rispetto alla spesa degli affitti, fino alla più recente fase rialzista del costo del denaro. Inoltre, in Italia il progressivo ritiro dal settore pubblico degli investimenti immobiliari a fini sociali (si pensi che dal 1984 al 1985 si è passati da un volume di edilizia agevolata attorno al 20 per cento sul totale degli immobili edificati ad appena il 3,9 per cento) e la bolla speculativa del mercato immobiliare, che ha toccato insieme vendita e locazioni, sono fattori che hanno contribuito non poco ad allargare l'area del disagio, sbarrando o rendendo impervio l'accesso alla casa a vaste categorie di persone. Penso alle giovani coppie, ai pensionati o alle famiglie monoparentali. Ripensare l'edilizia sociale non è solo un'esigenza quantitativa. L'housing sociale ha una modalità di intervento nella quale gli aspetti immobiliari vengono studiati in funzione dei contenuti sociali, offrendo una molteplicità di risposte per le diverse tipologie di bisogni, dove il contenuto sociale è prevalentemente rappresentato dall'accesso ad una casa dignitosa per coloro che non riescono a sostenere i prezzi del mercato, ma anche da una specifica attenzione alla qualità dell'abitare. Tra le molteplicità delle risposte offerte dall'housing sociale vi sono l'affitto calmierato, l'acquisto della casa mediante l'autocostruzione e le agevolazioni finanziarie, soluzioni integrate per le diverse tipologie di bisogni come ad esempio e soprattutto quelle delle giovani coppie e dei pensionati. Le più recenti trasformazioni socio-demografiche, delle strutture familiari, e la crescita dei processi di precarizzazione sono alla base dell'attuale richiesta di abitazioni a costi accessibili, non solo da parte dei ceti bassi, ma anche da quelli medio-bassi. La domanda abitativa sociale è dunque oggi più articolata che in passato e comprende principalmente due aree. Vi sono situazioni in cui la situazione dell'esclusione abitativa assume dimensioni non strutturali, come famiglie o persone socialmente integrate che tuttavia trovano difficoltà ad accedere al mercato dell'affitto (soprattutto pensionati e coppie monoreddito); vi è poi la situazione di esclusione abitativa strutturale, in cui la mancanza di accesso alla casa si aggiunge ad una condizione di emergenza e di emarginazione o di esclusione. Di fronte a tale domanda, la quota di patrimonio abitativo in affitto in Italia si situa, secondo recenti stime diffuse dall'ISTAT, al 18,7 per cento, ben al di sotto dei valori dei Paesi europei più sviluppati, che oscillano al 30-40 per cento. Riguardo all'offerta di abitazioni di edilizia residenziale pubblica il dato si rafforza. Le assegnazioni di alloggi sociali in Italia soddisfano infatti appena l'8 per cento delle domande. La prima debolezza evidente delle politiche abitative sociali è quindi l'estrema ristrettezza dell'offerta di affitto accessibile insieme alla scarsa capacità di rispondere al nuovo intreccio tra la povertà abitativa, da un lato, e i processi alla base della cresciuta vulnerabilità sociale di molti settori della popolazione dall'altro. Le difficoltà di migliorare la propria condizione abitativa da parte delle famiglie meno abbienti è evidente in rapporto al reddito. Circa il 25 per cento delle famiglie in affitto ha redditi annui inferiori ai 10 mila euro, dei quali il 33,4 per cento è assorbito dalla spesa per la casa. Il 40 per cento dei nuclei familiari in affitto ha un reddito annuo tra i 10 e i 20 mila euro, con un'incidenza del canone pari al 24,9 per cento. Se dovessero accedere al mercato locativo delle grandi aree urbane, l'incidenza sul reddito di queste famiglie arriverebbe al 148 per cento. Anche le fasce di popolazione con redditi annui tra 20 e 30 mila euro, superiori ai limiti massimi di legge previsti dall'edilizia sociale, non possono accedere agli affitti di libero mercato perché costituirebbero più del 40 per cento della loro disponibilità: un'incidenza considerata insostenibile per un bilancio familiare e che sta aumentando il disagio sociale. Il problema dell'accesso alla casa in locazione deve essere pertanto analizzato anzitutto in relazione al reddito disponibile. Per le fasce più deboli è necessario ripristinare un sistema di edilizia sociale all'interno delle politiche di welfare. Ma per le fasce di popolazione con redditi superiori e tuttavia non in grado di sostenere gli affitti del libero mercato, è necessario un coordinamento tra l'intervento pubblico e l'iniziativa privata per aprire alloggi a canone sostenibile e strumenti che stimolino i privati ad aumentare l'offerta di case in affitto, rendendo più trasparente il mercato delle locazioni. L'housing sociale opera in questa direzione, realizzando programmi immobiliari misti che mettono a disposizione alloggi a canone contenuto, garantendo al costruttore margini di guadagno attraverso la cessione di abitazioni da mettere in vendita. Pone inoltre l'accento sulla qualità del vivere, proponendo un'integrazione di politiche e di soggetti che aumenti l'offerta sociale e la coesione con conseguenza sullo spazio urbano attraverso la costruzione di nuovi alloggi e la ridefinizione dell'esistente, giocando così un ruolo strategico nella riqualificazione complessiva delle città e delle sue relazioni. Signor Presidente, per venire incontro ai tempi previsti, pur senza aver aderito all'accordo, ometto una parte del mio intervento che tuttavia ritengo importante e che mi riservo di consegnare agli atti, avviandomi alla conclusione.
In concreto, le politiche in atto possono essere ricondotte a quattro tipologie. La prima riguarda l'offerta in affitto a costi contenuti, perseguibile attraverso interventi di mediazione e sostegno dell'affitto sul mercato privato e la realizzazione di nuova offerta con risorse pubbliche e associative. La seconda concerne l'accesso alla proprietà e all'autocostruzione per le fasce di popolazione a reddito medio-basso: agevolazione all'acquisto della prima casa, all'autocostruzione e anche all'autorecupero quando sono convenienti. La terza è quella delle soluzioni residenziali per i bisogni speciali: sistemazioni temporanee che non corrispondono alle forme normali di abitazione: penso ai centri di accoglienza per i pensionati, alle comunità-alloggio.
L'ultimo genere di politica punta ad affrontare il nodo degli insediamenti illegali, valutando soluzioni alternative, valide anche per persone diverse da quelle che più facilmente vi abitano. Dobbiamo raccogliere, signor Presidente, questa sfida, da affrontare solo in una dimensione di rete tra gli attori coinvolti, affinché la problematica abitativa non costituisca un elemento di esclusione sociale. Questo provvedimento oggi è oggetto, per quanto riguarda l'opposizione, non solo da parte nostra, della presentazione di alcuni emendamenti concepiti nel senso di questo mio intervento più complessivo, che mette a nudo la realtà della situazione del nostro Paese. Ci aspettiamo, signor Presidente, un segnale da questo Governo e da questa maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).

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