martedì 03 maggio 2011 12:05 < Indietro

Intervento sul complesso degli emendamenti relativamente al ddl di conversione del DL 25 marzo 2011, n. 26, recante misure urgenti per garantire l'ordinato svolgimento delle assemblee societarie annuali - AC 4219 (cd "decreto anti-scalate)

COMPAGNON - Signor Presidente, onorevoli colleghi, la genesi di questo decreto-legge è nota, si tratta di un provvedimento scritto in fretta e furia per ragioni di urgenza legate alle vicende societarie del gruppo Parmalat, che reca una norma di carattere transitorio rispetto ai tempi ed alle modalità di convocazione delle assemblee societarie di società quotate italiane. Un provvedimento divenuto già superfluo a seguito della decisione del tribunale di Parma che ha respinto l'istanza presentata dal gruppo francese Lactalis contro la decisione del consiglio di amministrazione di Parmalat di rinviare al 28 giugno l'assemblea dei soci per l'approvazione del bilancio e il rinnovo degli organi di amministrazione, e che oggi appare ancora più inutile dal lancio dell'OPA della società Lactalis, che dopo aver subito pressioni politiche e mediatiche non preventivate ha chiuso l'ultimo atto di una lotta che si era aperta per il rinnovo del CdA e si è presto trasformata in uno sconto per il controllo della Parmalat stessa.
Al di là delle buone intenzioni dunque, anche in questa occasione abbiamo assistito all'ennesima dimostrazione della mancanza di politica industriale del Governo, che ha temporeggiato in attesa del materializzarsi di una cordata italiana che non c'è stata o che comunque è rimasta spiazzata dalla forza del gruppo francese, ma quello che non avremmo voluto vedere e ascoltare sono le dichiarazioni del Presidente del Consiglio durante la conferenza stampa a Villa Madama dopo il vertice Italia-Francia, favorevole alla creazione di grandi gruppi italo-francesi o franco-italiani, in pratica una dichiarazione di resa.
Oggi ci si preoccupa per la probabile perdita di un importante patrimonio e di un marchio italiano tirando in ballo la mancanza di reciprocità nei rapporti Italia-Francia, passando, a giorni alterni, tra pulsioni nazionaliste e spinte liberiste. Ci si vanta di aver approvato la legge sulla tutela del made in Italy e poi ci si fa sfilare sotto il naso un pezzo di quella italianità che si vuole difendere. Ricordando le parole del Ministro Bossi del 26 marzo scorso, quando aveva affermato che Parmalat non va ai francesi, ma resta in Italia, allo stato dei fatti, dobbiamo forse pensare che si riferisse solo ed esclusivamente alla sede fisica della società di Collecchio.
La mossa di Lactalis è uno schiaffo alla politica italiana e al suo Ministro dell'economia e delle finanze, che pur di mettere in mani italiane la società di Collecchio aveva fatto approvare in Consiglio dei ministri questo decreto «antiscalate» e inserito nel decreto-legge omnibus, che la Camera esaminerà a breve, un ruolo decisivo nell'operazione per la Cassa depositi e prestiti. Non è in questo modo che si potranno tutelare le nostre imprese soprattutto dagli appetiti di capitali esteri freschi. Il nostro patrimonio industriale va difeso con una politica industriale seria, con adeguati sostegni, e non solo finanziari. Occorre una strategia che interessi tutti gli anelli delle filiere produttive per creare quelle sinergie che fanno la differenza.
Alcuni sostengono che «Parigi val bene una messa», alludendo allo scambio di favori per la nomina di Draghi alla BCE, ma saremmo curiosi di sapere cosa ne pensa in realtà, veramente, il Ministro Tremonti della vicenda, anche perché ora la partita si sposta dal tavolo della politica a quello della finanza. Il tempo delle trattative a livello governativo è spirato, morto, ora dobbiamo vedere cosa faranno le banche italiane di fronte all'offerta del francesi già in possesso, ricordo, del 29 per cento, lanciata sul 71 per cento del capitale, per un controvalore massimo dell'offerta di 3,37 miliardi di euro, anche se l'ipotesi di un ingresso della Cassa depositi e prestiti, per la verità, non è ancora tramontata del tutto. Certo, il blocco dell'OPA significherebbe o superare i 2,60 euro per azione offerti da Lactalis, a cui verrebbe concessa l'opportunità di realizzare una cospicua plusvalenza sul suo 29 per cento di azioni, oppure bloccare il pacchetto Lactalis al 29 per Pag. 55cento, non mettendo sul mercato le azioni presenti, né i fondi detenuti dalle banche, ma questo significherebbe mettere un punto interrogativo pesante sulla testa della società Parmalat. Ma, al di là delle procedure tecniche, è ben difficile che si realizzi in poco tempo ciò che non è riuscito in più di un mese e che si materializzi quella famosa cordata tanto decantata, come in altre occasioni in passato.
Nel suo comunicato Lactalis spiega che il progetto è quello di creare un campione di rilevanza mondiale con sede, organizzazione e testa in Italia, che mantenga la quotazione delle azioni a Piazza affari, di puntare anche loro sulla tutela dell'italianità di Parmalat, salvaguardando gli asset produttivi, i dipendenti e la filiera italiana del latte nell'interesse dell'economia del territorio.
Il prospetto dell'OPA è all'attenzione della Consob che, mi auguro, lo guardi con la lente di ingrandimento. Noi dobbiamo solo augurarci che le promesse dell'amministratore delegato di Lactalis vengano mantenute e che il Governo vigili, almeno, sulle promesse fatte visto che, dopo aver fatto fuoco e fiamme per evitare questo epilogo, ora assiste e benedice quasi questa operazione.
Due considerazioni finali, signor Presidente. Questa vicenda lascia una macchia sul sistema imprenditoriale italiano, incapace di sfornare un gruppo industriale in grado di subentrare a Parmalat, se per scarso interesse o per mancanza di coraggio questo non ci è dato sapere. Rimane poi il fatto che quello che è accaduto è un'altra ferita sulla pelle dei tanti risparmiatori italiani che hanno assistito al salvataggio di Parmalat grazie anche al loro sacrificio, una sorta di Alitalia due, un film purtroppo già visto, con il biglietto pagato dai piccoli azionisti ed obbligazionisti.

X