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Intervento in Aula sull'ordine dei lavori sulle PMI coinvolte in Libia

Comunque, a seguito dello scoppio dell'autobomba di qualche giorno fa presso un posto di polizia, l'ambasciata italiana ha mandato una nota a tutti quelli che sono in Libia, raccomandando in particolare cautela negli spostamenti nei centri urbani e dichiarandoci a disposizione per informazioni. Diciamo una generica comunicazione di routine, come di solito sono quelle di allerta per il cattivo tempo che manda la Protezione civile per mettere le mani davanti. Evidentemente, invece, non è mai stato affrontato il problema. La mail che mi è arrivata dice questo: "Caro onorevole, io sono in Libia per farmi pagare, visto lo Stato italiano ha altro a cui pensare. Nella situazione in cui mi trovo viene voglia di Pag. 177andarsene definitivamente dalla nostra beneamata Italia. Sono trascorsi sedici mesi da quando abbiamo abbandonato la Libia ed ora dobbiamo da soli rischiare la pelle per incassare quei crediti che lo Stato poteva pagarci con i fondi congelati o con i proventi del petrolio o con i fondi del Trattato di amicizia che risultano congelati. Invece di pensare solo all'ENI o all'Impregilo potrebbero dedicarsi a tutta quella miriade di piccole imprese che rischiano in solitario per mantenere le maestranze e creare quello sviluppo economico di cui tanto si parla. Forse queste notizie faranno capire al Governo, al Ministero degli affari esteri e a tutti quelli che comandano, in quale situazione ci troviamo; forse capiranno quali sono le reali necessità di chi è in prima linea. Se dovesse capitarmi qualcosa potrete dire al sottosegretario de Mistura che l'avevamo avvertito". Spero che qualche giornalista dia il giusto peso a questo grido disperato ancorché responsabile, ma soprattutto credo che nei confronti di questi piccoli e medi imprenditori che stanno rischiando tutto, questo Governo e questo Parlamento devono una risposta. Ritenevo di fare questo perché è una situazione veramente delicata.

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